La sorpresa e la leggenda: Tony Cairoli parla con Miki Biasion | Riders Magazine


L’8 volte campione mondiale di motocross doveva correre il Rally Legend per divertimento e invece l’ha vinto. L’abbiamo incontrato con il due (tre?) volte campione del mondo di rally Miki Biasion

9 min di lettura

L’8 volte campione mondiale di motocross doveva correre il Rally Legend per divertimento e invece l’ha vinto. L’abbiamo incontrato con il due (tre?) volte campione del mondo di rally Miki Biasion

Tony Cairoli e Miki Biasion. Due campioni a confronto durante Rally Legend, il rally nato per celebrare le leggende della specialità che alla sua tredicesima edizione è diventato ormai leggenda a sua volta. Rally di cui Miki ha vissuto da protagonista l’epoca dorata e che Tony, arruolato dal team Magneti Marelli Checkstar, affronta oggi stringendo il volante di una Lancia Delta HF che correva il giorno in cui lui nasceva.

Miki, anche tu facevi motocross, in un’epoca in cui tutti i ragazzi sognavano il fuoristrada. Oggi le cose stanno un poʼ diversamente, dei rally si parla poco e del cross, nel quale un italiano vince 8 titoli mondiali, forse ancora meno. Fare il pilota non è più figo come una volta?
Tony: I soldi girano solo attorno al calcio, purtroppo non se ne esce. E tutti gli altri sport di conseguenza ne soffrono. Forse è solo una questione politica, a livello generale, non solo qui da noi. La comunicazione è quel che è ed in questo caso il cross, come forse anche i rally, non trova spazio sufficiente sui media. Devo dirti che persino alcuni appassionati che trovo alle gare, magari anche miei tifosi, a volte hanno una conoscenza superficiale dell’argomento, sanno a malapena a che punto siamo del campionato o non sanno che sono fermo per un infortunio.
Miki: I rally in Italia godevano di grande popolarità perché le aziende italiane del settore erano coinvolte in prima persona. Io correvo con una macchina italiana, sponsor italiano, gomme italiane. Credo però che sia anche cambiato il rapporto dei giovani con il mondo dei motori. Noi avevamo bisogno del motorino e subito dopo della macchina per muoverci, per socializzare. Oggi sarà banale dirlo ma la mobilità ai ragazzi interessa davvero poco. Interagiscono attraverso i social, sono in contatto continuo tra loro attraverso altri strumenti che esulano dai motori e di riflesso lo sport subisce un calo di attenzione fisiologico rispetto a questo fenomeno. Poi vai in pista e vedi che gli appassionati di cross ci sono e sono tanti, Tony ha contribuito con le sue vittorie a far nascere la passione in tanti ragazzi. Però i numeri sui social si fanno attraverso altre dinamiche e i media seguono la corrente.

Non è anche una questione di mancanza di fascino da parte delle moto e delle macchine moderne? Per carità, le 450 di adesso escono dalle depressioni come dei proiettili, le WRC da curva a curva sono attaccate allʼasfalto ma che gusto cʼè a veder passare in prova speciale una I20 o una Fiesta? Una Porsche 911 è tutta unʼaltra faccenda, non trovi?
Miki: Quando io correvo con la Delta S4 da 560 cavalli, la macchina più venduta in Italia era la 127. Adesso i rally li fanno con le WRC da 320 cavalli ma le mamme portano a scuola i bambini con le Audi S6 da 550 cavalli! Cosa vuoi che si possa pensare di un rallista se non che è uno sfigato che corre con una utilitaria da appena 300 cavalli.
Tony: Le moto vanno sempre più forte ed è vero che di gente ne arriva molta in pista ma è altrettanto vero che oggi per seguire una gara non sei più costretto ad andare a vederla. Sei in contatto continuo con le informazioni, sai i risultati in tempo reale, un tempo le piste si riempivano soprattutto perché l’occasione era unica e irripetibile.

La grande popolarità di Rally Legend dimostra quanto gli appassionati siano legati alle auto (e ai piloti) che hanno scritto la storia dei rally. Però anche qui un paio di WRC di contorno ci sono. Miki, riesci a spiegare ad un giovane che sensazioni trasmette una WRC rispetto alle auto con cui correvi tu?
Miki: Il ritmo, l’intensità, il livello di impegno sono gli stessi. Cambia solo che le macchine di un tempo spaventavano molto di più e perdonavano molto meno. E non è roba da poco.
Tony: (ride di gusto e conferma) Io le ho guidate entrambe e la Delta di spaventi me ne fa prendere di più, te lo posso assicurare!
Miki: Una volta nel cross se prendevi male un salto rimbalzavi via. Oggi se hai fisico di quello stesso salto manco te ne accorgi. Non è che oggi sia più facile, per carità, diciamo che è differente ma alla fine chi vince sempre chi interpreta meglio. In definitiva, chi va più forte.

“Quando io correvo con la Delta S4 da 560 cavalli, la macchina più venduta in Italia era la 127. Adesso i rally li fanno con le WRC da 320 cavalli ma le mamme portano a scuola i bambini con le Audi S6 da 550 cavalli” (Biasion)

Cosa vuol dire essere un pilota? Eʼ solo una questione di manico, di polso, di piede, di coraggio o è soprattutto una questione di testa?
Miki: I piloti, rispetto a quel che hanno a disposizione, danno sempre il massimo. Probabilmente un tempo l’atteggiamento mentale incideva non più del 30 per cento rispetto a quanto contava l’allenamento specifico legato al talento. Oggi la psicologia nello sport ha un’influenza maggiore, per un pilota almeno il 50 per cento è un lavoro di testa.
Tony: Sono d’accordo, il lavoro legato alla concentrazione è diventato fondamentale ed è sempre più decisivo sulle prestazioni di un pilota.

Oggi nel cross il livello è altissimo, tra i vincenti e quelli che arrivano dietro la differenza sembra davvero minima e i piloti danno tutti lʼidea di essere fortissimi. Eppure al gran premio di Mantova molti erano assenti per infortunio, tu per primo. Qualcosa non torna.
Tony: Le piste devono essere più curate, preparate meglio, più controllate tra una manche e l’altra. Negli ultimi anni lo sviluppo tecnico delle moto ha avuto un incremento importante, oggi siamo molto più veloci e continuiamo a migliorare le performance, ovvio che le piste debbano subire un’attenzione maggiore nella preparazione del fondo altrimenti le complicazioni legate alla quantità di infortuni aumenteranno.

Tony, hai vinto 8 mondiali, può sembrare paradossale chiedertelo ma cʼè qualcuno dei tuoi avversari che non vorresti comunque incrociare mai? Questʼanno per esempio Febvre ha fatto impressione, sembrava il Cairoli dei momenti migliori, di quando a due giri dalla fine decidi che è arrivato il momento di andarsi a prendere quelli davanti.
Tony: Di sicuro Febvre è stato la grande rivelazione di quest’anno ed è l’uomo da tenere d’occhio nel futuro. Ogni anno spunta qualcuno ma ogni anno ci sono anche delle delusioni (piloti da cui tutti si aspettavano grandi cose che alla fine non si rivelano all’altezza).

“Il campione alla fine emerge subito, in qualsiasi contesto. Quelli che vincono dopo 15 anni che ci danno è perché probabilmente non hanno più avversari” (Biasion).

Cʼè qualche pilota che non vorresti in squadra con te?
Tony: No, figurati, anzi un compagno di squadra forte è la miglior motivazione per far bene, è di stimolo e di grande aiuto negli allenamenti. Ecco, forse Pourcel è stato l’unico che mi ha battuto ad armi pari, in una stagione in cui non ho avuto particolari problemi fisici o infortuni. Lui forse è stato l’avversario più difficile che ho incontrato.

Miki, chi non avresti mai voluto in squadra con te?
Miki: (sorride) Io li ho avuti tutti! Alen, Delecour, Kankkunen, Auriol… Con alcuni ho avuto rapporti migliori più che con altri ma una volta in macchina pensi solo a vincere. Ecco, Kankkunen per esempio, con il quale siamo molto amici, era la mia spina nel fianco. Ha vinto quattro mondiali – io due, anche se saremmo tre a tre perché uno me lo hanno tolto a tavolino. Kankkunen era uno che non ti permetteva di prendere un attimo di respiro, quando pensavi di potertelo prendere. Era un martello, te lo ritrovavi a cinque secondi e ti faceva tenere giù il piede fino alla fine. Lui e Carlos Sainz in questo erano incredibili. Loro due i rivali più forti.

 

Miki ha cominciato con i rally abusivi! Tony, tu dal minicross hai fatto subito seriamente. Non pensi mai che sarebbe stato bello nascere trentʼanni prima per vivere le corse in maniera diversa?
Miki: È vero, noi dalle nostre parti avevamo il TRA, Trofeo Rally Abusivi! Lo facevo con la R5 850 di mia mamma, di notte…
Tony: Mi interessa la storia dei rally e anche quella del motocross ma io ho cominciato a correre professionalmente molto presto e pur se con grande divertimento, ho sempre pensato al cross in maniera professionale, non ho mai pensato che in un’altra epoca avrebbe potuto essere più divertente.
Miki: Anche se i tempi erano diversi, alla fine anch’io come Tony, che ha cominciato a fare seriamente quasi subito, ho avuto una carriera breve prima di diventare professionista. Ho fatto un anno da privato ma l’anno successivo, a metà stagione, ero in testa al campionato e la Opel ha cominciato a fornirmi gomme e ricambi perciò un po’ di pressione addosso l’ho sentita presto. Il campione alla fine emerge subito, in qualsiasi contesto lo cali il talento si vede subito. Quelli che vincono dopo 15 anni che ci danno è perché probabilmente non hanno più avversari.

“Dalle nostre parti avevamo il TRA, Trofeo Rally Abusivi. Lo facevo con la R5 850 di mia mamma, di notte” (Biasion)

Tu hai subito un poʼ lo stop del gruppo Fiat, forse più di altri come Kankkunen e Auriol che hanno vinto anche dopo lʼuscita di scena della Lancia. Tornassi indietro rifaresti la scelta di andare in Ford?
Miki: Quando la Lancia ha chiuso il reparto corse, Toyota aveva appena subito una squalifica per due anni, Subaru aveva già i piloti, Mitsubishi aveva solo Mäkinen che non voleva compagni di squadra. Andare in Ford è stata un’ottima scelta. Dopo tre mesi dalla firma del contratto, il responsabile della Ford che mi aveva dato le garanzie tecniche e che mi aveva permesso di portare con me un ingegnere ed un meccanico dalla Lancia, ha dovuto lasciare per problemi di salute. Mi sono trovato in una squadra che forse non era più quella che mi aveva scelto. Ho faticato parecchio ad adattarmi alla situazione, devi pensare che io avevo tutta un’altra mentalità, venivo da una squadra che aveva vinto sei titoli marche consecutivi e loro in vent’anni ne avevano vinto uno grazie ad un team privato… Sulla carta la Ford Escort era la macchina migliore del campionato però abbiamo vinto pochissimo. Nel ’94 a metà stagione ero in testa al mondiale piloti e Ford al mondiale marche, poi abbiamo perso delle gare per delle stupidaggini come in Grecia, la gara più dura del mondiale, per la quale hanno preparato un alleggerimento dell’alberino della pompa dell’olio invece che irrobustirlo! Aggiungi che la navigatrice di Delecour, il mio compagno di squadra di allora, era la compagna del grande capo di Ford. Insomma, le cose erano abbastanza complicate.

 

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